Prova


Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

martedì 24 giugno 2014

Le ciclovie dei navigli (prima parte)

Naviglio Martesana presso Gorgonzola
Dunque, dove eravamo rimasti?
Sì lo so, non si comincia mai una pagina col “dunque”, ma qui non si tratta né di una nuova pagina né di una nuova storia: qui si tratta di riallacciare un discorso iniziato l’anno scorso, pressappoco di questo periodo. In quel tempo, avevamo portato a compimento un bel progetto in bicicletta, vale a dire una lunga pedalata seguendo le alzaie dei navigli di Milano e di Pavia: circa duecento chilometri di libertà totale in due giorni. Partiti da Cassano d’Adda, avevamo percorso tutta la Martesana, ed una volta giunti a Milano (impagabile la sensazione che si prova a giungere fin sul sagrato del Duomo in bicicletta…), avevamo proseguito lungo il Naviglio Grande; e a seguire lungo il Naviglio di Bereguardo. Pavia era stato il luogo più lontano raggiunto. Il giorno seguente si era fatto ritorno a Milano seguendo il corso del Naviglio Pavese. Alla fine di questa bella avventura, tanta era stata la soddisfazione che era sorto immediato un pensiero: “Ma perché non ripetiamo l’esperienza, magari concludendo ciò che ci manca da vedere ancora”. Ed in effetti ce n’era ancora da vedere: giunti ad Abbiategrasso infatti, avevamo piegato verso sud per raggiungere Pavia; ma se, al contrario, avessimo proseguito verso nord? La meta ultima sarebbe stata Sesto Calende, vale a dire il Lago Maggiore. E così già da questa primavera avevo cominciato a stendere un programma di massima con date, percorsi e luoghi di appoggio in cui pernottare. Il blog a fare cassa di risonanza. Come per l’altr’anno, anche sta volta l’impresa si sarebbe svolta subito dopo l’immancabile “biciclettata di Rimini”.
E dunque, raccolte le adesioni (identiche a quelle dell’anno precedente, salvo l’assenza di Elena, sostituita da Cristina) si è deciso il partire sabato 21 giugno. Cinque “matti” in bicicletta alla scoperta delle vie d’acqua del milanese.
Come l’anno scorso mi sono recato in automobile a Cassano d’Adda e, da qui, ho inforcato la mia Bianchi Kuma 4600 appena revisionata (catena, freni, mozzo della trasmissione, copertoni etc…) e mi sono avviato lungo le sponde deserte del Naviglio Martesana. L’appuntamento alle dieci presso la Darsena di Milano. L’aria fresca del primo mattino, impregnata di effluvi fluviali e umidità (l’Adda è poco più in là…) mi ha regalato subito sensazioni inebrianti. In questo tratto iniziale il Naviglio della Martesana è ampio, veloce e le sue acque sono limpide: ben altra cosa rispetto al tratto finale, là dove termina la sua corsa per infossarsi nei pressi del quartiere “Greco”, in viale Melchiorre Gioia. Inzago, Bellinzago, Gorgonzola, Cernusco sul Naviglio, Vimodrone, i paesi si susseguono velocemente sotto le gomme che viaggiano ai 22 km./h di media. Di tanto in tanto mi fermo a scattare qualche foto, ma la luce non è delle migliori a causa di un cielo ampiamente coperto di nuvole. Oltretutto sono un pessimo fotografo, e dunque decido di non perdere altro tempo.
Più mi avvicino a Milano più il paesaggio, caratterizzato in precedenza da campagna aperta, campi coltivati, rogge, chiuse e marcite, lascia spazio ad un’urbanizzazione sempre più opprimente e invasiva. Al confine tra Cologno Monzese e Sesto San Giovanni (il mio amato luogo natio…), la ciclabile supera il Lambro e subito dopo incontra Crescenzago. Ormai siamo alle porte di Milano: Gorla, Turro, Cassina de’ Pomm. Fine. E già, è proprio così: l’avventura della Martesana finisce all’improvviso, con un colpo di scena che lascia sbigottiti; sbarrata da una grata metallica che raccoglie immondizia e bottiglie di plastica, e infossata sotto il manto stradale su cui sfrecciano veicoli a motore rumorosi e inquinanti. E là dove un tempo il naviglio attraversava la parte orientale di Milano, per andare a gettarsi nella conca di San Marco - da cui poi si collegava con la cerchia interna - oggi c’è solo asfalto e smog.
E dunque, per raggiungere i compagni di viaggio che mi attendono alla Darsena, sono costretto ad attraversare la città tra auto e mezzi pesanti. Supero i Bastioni di Porta Venezia - l’antica Porta Orientale da cui transitò Renzo dei Promessi Sposi - e in breve sono all’incrocio di via Senato. Un’occhiata alla sede stradale: anche in questo luogo un tempo scorreva l’acqua. Ed era uno dei tratti più caratteristici della Milano medievale. Oggi è tutto chiuso, ricoperto, infossato: chissà quanti milanesi sono al corrente di questo scempio…!

San Babila, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo. Arrivare direttamente sul sagrato del Duomo con la bicicletta è una sensazione impagabile e mi fa sentire orgoglioso di essere un appassionato delle due ruote.
Da qui seguo via Torino (con il suo terrificante acciottolato) e, dopo aver superato Porta Ticinese e il Parco delle Basiliche, sono alla Darsena. Qui m’incontro con gli altri: Cristina come al solito è supersportiva e viaggia leggera (solo uno zainetto sulle spalle); ed è l’unica che responsabilmente indossa il caschetto. Giovanna invece si presenta con un bagaglio monumentale, una sorta di mammut del cretaceo inferiore avvinghiato dietro la sella: due enormi borse laterali legate sul portapacchi, più un bauletto panciuto che sovrasta il tutto. La mia amica Simona, che a breve partirà per il giro del mondo in bicicletta (quattro anni in viaggio, per centomila chilometri), porterà con se meno della metà della sua roba…! E alla domanda: «Ma Giovanna, cosa ti sei portata appresso…?!?». Risposta: «E be’, il minimo indispensabile…».
Completano il quintetto Enrico, che inforca una bici da passeggio un po’ datata e cigolante, e Lorenzo. Lorenzo non si è neanche fatto la barba: vergogna!
E così, dopo una breve sosta presso un bistrot affacciato sull’alzaia, si parte. Ci lasciamo alle spalle Milano e c’immergiamo nella campagna. Lungo la ciclabile del Naviglio Grande ci sono tanti ciclisti e altrettanti pedoni, e si fa fatica a districarsi. Occorre oltrepassare Corsico per aver strada libera. Nelle acque che corrono placide verso la metropoli ci sono diversi canoisti che si dilettano a scendere e risalire la corrente. Superiamo Trezzano, Gaggiano e in poco più di un’ora di pedalata siamo ad Abbiategrasso. Qui si dipartono due vie d’acqua: a sud si va verso Pavia; a nord verso il Lago Maggiore. Seguiamo la seconda. O meglio, cerchiamo di seguire. E già perché le indicazioni sono del tutto assenti e per poco non finiamo sulla tangenziale. Per fortuna abbiamo con noi Enrico, esperto escursionista della “domenica”, nonché ex-ufficiale degli Alpini: e così, in quattro e quattr’otto, eccoci nuovamente sull’alzaia del Naviglio Grande. Direzione Sesto Calende. Più ci allontaniamo da Milano, più il corso d’acqua s’ingrossa e si fa pulito. Robecco, Boffalora, Castelletto, Cuggiono, più si va in là e più si respira e ci s’inebria di questo senso di libertà, associato al piacere di fare sport immersi nella natura. Lungo le sponde del naviglio si susseguono paesaggi bucolici, alternati a sontuose residenze aristocratiche, come la secentesca Villa Birago Clari. È un piacere continuo e sempre diverso per lo sguardo. E dunque, senza quasi accorgercene, siamo a Turbigo. In lontananza la centrale termoelettrica dell’Enel. 

Naviglio Grande presso Trezzano
È ora di pranzo ed Enrico reclama a gran voce la sosta, meglio se presso una trattoria. Detto fatto. Direttamente sulla sponda del naviglio, ci accomodiamo all’aperto e consumiamo un pranzo con i fiocchi e controfiocchi. Enrico si fa pure la fritturina di alborelle. Primo pomeriggio, si riparte. Proseguendo lungo la ciclabile incrociamo un corso d’acqua che sottopassa il Naviglio Grande: si tratta del Canale Industriale. Poco più a monte infatti, il tracciato originale del naviglio perde portata, a tutto vantaggio del più recente Industriale, che raccoglie la gran parte delle acque derivanti da Ticino. Dopo un breve consulto, e qualche domanda ad un ciclista che fa il tragitto inverso al nostro, decidiamo di seguire la sterrata che s’inoltra lungo il percorso originale. E qui c’immergiamo veramente nella natura selvaggia: vegetazione rigogliosa, lanche semipaludose, acque basse e stagnanti, boschi. E a popolare tutto questo paesaggio, uccelli acquatici di ogni ordine e grado, lepri, bisce d’acqua dolce. Un vero paradiso terrestre. Poi, all’improvviso, preceduto dall’odore inconfondibile di fiume, ecco spuntare il Ticino. Siamo nei pressi di Oleggio. Sulle sue sponde bagnanti festosi e vocianti si rinfrescano in questa calda giornata. La sterrata che costeggia il tratto originario del Naviglio Grande si perde nel nulla e così siamo costretti a superare, bici in spalla, un orrendo ponte scalinato. Dall’altra parte il Canale Industriale. Ancora qualche chilometro e siamo alla famosa diga del “Panperduto”, località Maddalena (frazione di Somma Lombardo). Davanti a noi un’opera idraulica impressionante: un bacino enorme raccoglie parte delle acque provenienti dal Ticino e le smista in un fragoroso caos sensoriale: da una parte, come detto, il Canale Industriale (che serve al funzionamento delle centrali idroelettriche di Vizzola, Tornavento e Turbigo); dall’altra il Canale Villoresi. Il perché della definizione “Panperduto” ce lo fornisce un pescatore cui Enrico chiede informazioni. Pare che in epoca medievale il Ticino, in questo tratto del suo alveo, avesse un carattere estremamente ribelle e torrentizio e che dunque gli abitanti del luogo sentissero forte la necessità di regolamentare le sue acque attraverso una diga. Ci provarono, ma dopo averci speso una montagna di quattrini, rinunciarono al progetto. Dal che “Panperduto”…! La diga che vediamo oggi invece - e che per l’esattezza si chiama diga del Consorzio del Canale Villoresi - , venne costruita alla fine dell’800 e venne realizzata per alimentare il Canale Industriale e il Villoresi.
 
E dunque ripartiamo per l’ultimo tratto della nostra pedalata: ora la strada segue il corso del Ticino. Abbandoniamo l’asfalto e per qualche chilometro continuiamo lungo il sentiero E1, il tracciato europeo che unisce Capo Nord (Norvegia) a Capo Passero (Sicilia). Ancora qualche chilometro di strada ed eccoci a Golasecca (Sesto Calende): arrivo. Il contachilometri segna 110 [continua…]

Nessun commento:

Posta un commento