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Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

venerdì 8 marzo 2013

Pirandello aveva ragione: la jella non esiste. E se anche esistesse non se ne può parlare

«Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? Se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti - eccoli là - gli stessi giudici?». Così rifletteva fra sè e sè il giudice D’Andrea leggendo le carte del procedimento intentato dal Chiàrchiaro Rosario contro il figlio del sindaco e un assessore del paese in cui viveva, per via di quelle pubbliche offese rivoltegli sulla base di un’assurda superstizione.
«Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella “magnifica festa” alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione».
Stiamo ovviamente parlando de La patente, novella di Pirandello pubblicata nella raccolta Novelle per un anno del 1911. La vicenda narra la triste sorte di un pover’uomo allontanato dal banco dei pegni a causa della nomea di jettatore. Tutti gli abitanti del paese sono terrorizzati dal Chiàrchiaro e dagli influssi della sfortuna che egli apporta al suo passaggio, e ogni volta che lo vedono anche in lontananza, si sbizzarriscono nei più variegati segni scaramantici: toccano il ferro, fanno il gesto delle corna, si aggrappano a serti d’aglio e corni rossi. E con ciò decretano la sciagura definitiva del protagonista della novella e conseguentemente di tutta la sua famiglia. Ed è a questo punto che interviene il genio pirandelliano: Chiàrchiaro chiede giustizia in tribunale, ma non perché vengano condannati i due diffamatori, bensì perché l’autorità gli consegni la patente ufficiale di “jettatore”:
«… io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!».
«E che te ne fai? Che te ne fai?» - dice il giudice D’Andrea.
«Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del jettatore […]. Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? Io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!».
Si tratta del classico tema pirandelliano dello scontro fra quello che siamo e ciò che gli altri pensano di noi. L’Uno, nessuno e centomila. Chiàrchiaro, vittima dell’ignoranza e della superstizione, affoga nel mare dell’arretratezza culturale dell’ambiente in cui vive – persino i giudici e gli avvocati credono alla jella – e non può far altro che porgere il volto alla maschera che gli impone il destino. Cercando tuttavia di uscirne con uno straccio di guadagno. Il che da un meraviglioso tocco di comicità alla tragedia.
Mercoledì scorso, 6 marzo ’13, in una sorta di paradossale nemesi letteraria, la Corte di Cassazione si è occupata di una vicenda analoga a quella trattata da La patente. Dagli atti del processo è emerso che un conduttore di una emittente radiofonica di Altamura, nel barese, si era rivolto ad una persona con quest’espressione: «Porta male, tanto che devo toccare ferro perché porta anche sfortuna». Il diffamato, tutt’altro che interessato al conseguimento della patente da jettatore, bensì alla condanna del diffamatore, si è rivolto al Tribunale, ha sostenuto l’Appello ed infine ha potuto ascoltare le parole con le quali la Quinta Sezione Penale della Cassazione ha chiuso la vicenda: “La dannosità di false credenze popolari è empiricamente rilevabile al di là di singoli casi di cronaca che hanno avuto estrema risonanza nella pubblica opinione, anche, specialmente, nella storia dell’umanità […]. È doverosamente noto che il sapere superstizioso diretto a distinguere e a disprezzare categorie sociali identificate per sesso, religione, colore, pelle, etnia culturale ha indotto ad ingiustificate emarginazioni, discriminazioni e persecuzioni”.
Morale: condanna dell’imputato per diffamazione. Nella vita di tutti i giorni, ci capita di fare dell’ironia sulla sfortuna e sui presunti menagramo, scherziamo su queste vicende, a volte ci prendiamo reciprocamente in giro. So di persone chiamate assai affettuosamente “Gatto Nero” per via della loro fama di jettatori. D’altra parte si sa, da sempre lo sfottò fa parte del normale relazionarsi tra individui. Infondo però, nel profondo di noi stessi, là dove la razionalità annega nel mistero dell’imponderabile e dell’arcano, un po’ ci crediamo. Qualche tempo fa un sondaggio realizzato da NetBetCasino.it in collaborazione con LivePartners (su un campione di quattro mila giocatori di entrambi i sessi) affermò che ben l’86 per cento dei giocatori italiani si dichiara scaramantico. Cornetto rosso, incrocio di dita, ferro di cavallo, quadrifoglio verde, indumenti rossi: chi di noi non ha mai avuto a che fare con amuleti e portafortuna? Eppure tutto ciò, se portato alle estreme conseguenze, può provocare davvero dei drammi spaventosi alle persone che malauguratamente incorrono in queste assurde nomee. Ci sono esempi sconvolgenti di vittime dell’ignoranza che preferiscono suicidarsi piuttosto che vivere tutta la vita con il sospetto di “portare male”. Quando ero giovane, in compagnia c’era un ragazzo che aveva fama di essere un portentoso menagramo. Era alto e allampanato, il viso pallido e scavato, gli occhi come febbricitanti. E parlava pochissimo. Per una serie di combinazioni sfortunate, cominciò a diffondersi la voce che costui portasse jella. E come si sa, questo genere di notizie in un attimo fanno il giro della città. Tuttavia, a differenza del Chiàrchiaro, costui non venne allontanato dal gruppo, ma dovette, come si suole dire, “far buon viso a cattivo gioco”. In altre parole cominciò a scherzare anche lui su tale faccenda. Non saprei dire onestamente quanto quella parte gli piacesse o meno. Tuttavia non sembrava soffrirne particolarmente. Una volta addirittura, in occasione di una festa di Carnevale, pensò bene di presentarsi vestito da Conte Dracula: tutti si toccarono prudentemente e con nonchalance entrambi i testicoli.
Ecco, sono passati una ventina d’anni da quel giorno: per quel poco che può contare, e caso mai questo vecchio amico dovesse leggere queste righe, vorrei chiedergli scusa. Per tutto.

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