Prova


Non preoccuparti della pioggia, lasciala cadere” (Marco Brignoli, Rifugio Baroni al Brunone, Sentiero delle Orobie Orientali)

lunedì 3 dicembre 2012

"Manda il tuo pane sul volto delle acque, in molti giorni lo ritroverai"

L’America violenta e crudele, quella del consumismo sfrenato e della guerra globale, un paio di settimane fa ha finalmente trovato il suo eroe buono. Sarà forse l’avvicinarsi del Natale, con le sue atmosfere meste e malinconiche, sarà che la stagione fredda e l’accorciarsi delle giornate ci inducono allo scoramento, sarà che la natura matrigna dell’inverno ci fa stringere a coorte - come direbbe Mameli - , fatto sta che il 16 novembre scorso si è verificato un fatto assai singolare, date le premesse e il luogo in cui ci troviamo.
Nella fredda e ventosa Time Square serale, l’agente del NYPD (New York Police Department) Lawrence Deprimo, durante il proprio turno di servizio si imbatte in un clochard seduto per strada e assai malmesso: sporco, la barba incolta, lo sguardo senza luce, tipico di tutti i senzatetto. Con la schiena appoggiata ad una vetrina di un elegante negozio e una borsa logora al fianco, si prepara a trascorrere la notte, senza aspettarsi nulla, senza chiedere nulla. E così ad un tratto, ecco spuntare dal nulla un uomo in divisa. E’ grande e grosso, le spalle larghe, e l’andatura sicura, ma da sotto la visiera del cappello spunta uno sguardo ancora di ragazzo. Ha le gote rosse e gli occhi lucidi di chi ha un gran freddo. Dev’essere dura anche per lui questa notte. Chissà cosa avrà pensato il clochard vedendolo arrivare? Sicuramente niente di buono. Da queste parti non sono gradite le persone come lui. Ed invece accade un mezzo miracolo: l’agente, mosso a compassione per quell’uomo, gli si avvicina, si inginocchia e comincia a fargli qualche domanda. Ci pare quasi di sentirlo: «Ciao amico, come va? Fa un freddo fottuto stasera…». L’uomo seduto lo guarda intimorito, cerca di capire cosa voglia costui, che intenzioni abbia. È spaventato e forse teme che quegli occhi pietosi da un momento all’altro possano trasformarsi in uno sguardo spietato. «Eh già, se almeno il vento calasse un po’…». E poi aggiunge come a scusarsi: «Non si preoccupi, ora vado via…». Ma il poliziotto continua a fissarlo in maniera strana, lo guarda come se fosse un essere umano qualunque. Vorrebbe a questo punto rilassarsi, non aver più paura, ma quando una persona come lui, un figlio della strada, ha visto l’inferno ben in viso, prima di aprire la porta alla speranza le fa una bella perquisizione approfondita. E invece quel tale continua: «Dove hai messo le scarpe…?». Le prospettive cambiano: il clochard a questo punto, più che sentirsi in colpa per essere un homeless che porta disonore alla città, prova vergogna perché si sente come un bimbo indifeso di fronte al padre. Un padre che lo rimprovera bonariamente. «Me le hanno rubate l’altra notte al ricovero…! Quando mi sono svegliato non c’erano più». Il poliziotto fa una smorfia di disappunto, e dopo un attimo di riflessione aggiunge: «Che numero porti?». Il clochard non capisce, lo guarda interrogativo. Ma questi insiste e così trova la forza di rispondere. Il poliziotto si alza e dice: «Aspettami qui, non te ne andare. Torno subito». Il clochard è incredulo guardando la sagoma di quell’uomo allontanarsi a passo svelto. Il tutto gli appare paradossale: la strada d’altra parte gli ha insegnato a non fidarsi di nessuno, a non aspettarsi mai nulla. Ed invece ecco il poliziotto di ritorno, con una scatola sotto braccio: «Ho preso questi stivali numero 43 per te, vanno bene per tutte le stagioni. Mettili e abbi cura di te».
Il New York Times, attentissimo a questi gesti di “buonismo” - come d’altra parte tutti i giornali - si è interessato della vicenda e l’ha raccontata. E così si scopre che una donna dell’Arizona quella sera ha visto un giovane ufficiale di polizia donare un paio di stivali nuovi a un senzatetto scalzo, e senza perdere tempo ha immortalato la scena. Tornata a casa ha inviato la foto al NYPD, che l’ha poi pubblicata sulla pagina ufficiale di Facebook. Lawrence Deprimo, intervistato dal giornalista, ha così risposto: «Si congelava quella notte e si potevano vedere le vesciche ai piedi dell’uomo. Benché io avessi due paia di calzini, continuavo a soffrire il freddo». E così il poliziotto decide di recarsi in un negozio di calzature per acquistarne un paio, insieme a delle calze termiche, da donare all’uomo scalzo. «È stato il signore più educato che abbia mai incontrato. Gli ho offerto un caffè e quando ha indossato gli stivali lui è andato per la sua strada e io ho ripreso a lavorare». Un gesto costato 75 dollari. Oltre ad un briciolo di umanità. Questa storia mi ha colpito, non tanto per il gesto di altruismo in se stesso, quanto perché, in una società ormai totalmente insensibile ai problemi dei più deboli, basta un niente per diventare degli eroi. Termine che purtroppo, mai come in questi tempi, si usa a sproposito. Un magistrato fa il suo dovere conducendo un’inchiesta? Ecco che diventa un eroe. Il Capitano De Falco rampogna selvaggiamente Schettino, urlandogli di tornare a bordo (“… cazzo…”)? Ecco servito un altro bell’eroe. Il pompiere spegne l’incendio? Supereroe. Ed infatti il poliziotto di New York dice di essere molto sorpreso di tutto questo clamore. Non saprei dire se tutta questa vicenda è frutto di una montatura o meno. In ogni caso qualcuno non ha trovato elegante farsi riprendere dalla telecamera di sorveglianza di un negozio, né farsi fotografare da una passante nell’atto di compiere un gesto di altruismo. Ad ogni modo mi piace pensare che il tutto sia accaduto senza secondi fini.
Qualche tempo fa mio padre mi costrinse quasi con la forza a portare degli indumenti ai clochard della stazione di Milano Centrale. Non ne avevo alcuna voglia, ed ero un po’ intimorito da quelle persone. Vi trovai invece un’umanità meravigliosa, fatta di uomini e donne ironiche, allegre, perfettamente a loro agio in quell’ambiente in cui una persona normale non resisterebbe un’ora sola. C’era qualcuno un tantino picchiatello, qualcun altro aveva alzato un po’ il gomito, questo è pur vero, ma erano persone speciali, con le quali avevo instaurato un bel dialogo. Ero felice di quell’incontro, e quando li lasciai alle mie spalle, provai una forte commozione. Avevo scoperto un nuovo mondo, conosciuto un altro universo: e non ne avevo più timore, né ripulsa. E capii anche che sarebbe bastato pochissimo per rendere la loro vita meno difficile. Un gesto, una tenerezza, un regalo senza costo. E così, caricato da quella esperienza, tornai a casa e dentro uno zaino misi un sacco a pelo, paio di coperte e qualche indumento di lana. Poi il giorno dopo mi recai all’Opera Pia di San Francesco. All’accoglienza trovai un frate seduto dietro una scrivania. «Padre, ho portato qualcosa per i poveri». Questi senza quasi guardarmi in volto rispose: «Si, mettila pure lì nell’angolo». Rimasi interdetto da quella frase. Non che mi aspettassi un grande exploit di riconoscenza, ma almeno un gesto, un sorriso. Qualcosa. E invece quel frate rimase lì imperturbabile, immerso nei suoi incartamenti. Dopo un attimo però, visto che io ero rimasto impalato senza dire nulla, costui sollevò lo sguardo e con un sorriso mi disse: «Grazie». Ne fui felice. Lasciai il mio fardello e me ne andai. Ma mentre passeggiavo per strada cominciai a riflettere sulla faccenda. E si fece largo dentro di me una considerazione: “E perché mai quel frate doveva essermi grato? Grato di cosa, di aver fatto del bene all’Umanità? Di aver portato là della roba di cui non avrei sentito la mancanza?”. No, il frate aveva fatto bene: quello era il giusto atteggiamento. Se ero andato in quel luogo per sentirmi con la coscienza a posto, per sentirmi dire “bravo”, avevo sbagliato indirizzo. E quel “grazie” finale, che tanto mi aveva fatto sentire bene, non era che un di più, un gesto vano e utile solo a me stesso. Come quando una madre dice al figlioletto “bravo”, per incoraggiarlo. Ma io ero un adulto, ormai. “Manda il tuo pane sul volto delle acque - dice Qohèlet - , in molti giorni lo ritroverai”. Quell’offerta spontanea, nascosta, silenziosa e a fondo perduto - senza nemmeno sapere a chi giungerà - ti tornerà infinite volte, e moltiplicata per cento, mille rispetto alla tua piccola quantità. Perché la generosità è contagiosa e produce effetti. "Non sappia la destra ciò che fa la sinistra": ora mi era tutto chiaro.

1 commento:

  1. Assetato di gesti di cuore, il mondo della Rete si era commosso per il video girato a Times Square da una turista: si vedeva un poliziotto newyorchese infilare degli stivali nuovi ai piedi nudi di un barbone. Della vicenda, natalizia assai, mi avevano colpito due particolari: il cognome del poliziotto buono, Deprimo (la carità come antidoto alla depressione?), e il motivo per cui la turista aveva ripreso la scena: le era tornato alla mente un episodio dell’infanzia, quando il padre - poliziotto anche lui - aveva compiuto un gesto analogo nei confronti di un barbone. La prova che ciò che rimarrà di noi in chi abbiamo amato non saranno le parole ma i gesti.
    Poi qualcuno ha sporcato la favola. Il barbone. Quando un giornalista del New York Times è andato a intervistarlo, lo ha trovato al solito posto, coi piedi nudi e intirizziti dal freddo. «E gli stivali che ti ha regalato il poliziotto?», ha chiesto. «Li ho nascosti», ha risposto l’uomo. «Valgono un sacco di soldi, potrei rischiare la vita». Sembrano i ragionamenti di uno spostato e in effetti lo sono. Ma come assomigliano ai miei. Il terrore che gli rubassero gli stivali, ha indotto il barbone a restare a piedi nudi, cioè nella condizione in cui si sarebbe trovato se glieli avessero rubati davvero. Quante volte succede anche a me di rinunciare a qualcosa per paura di perderla. Di respingere ciò che potrebbe scaldarmi, nel timore che il calore sia una condizione momentanea e che, dopo averla provata e smarrita, il freddo mi si rivelerà ancora più pungente. Il barbone ha ucciso un atto d’amore con uno di paura. Cercherò di ricordarmene la prossima volta che la vita mi darà un paio di stivali.
    (06/12/2012
    "La paura ha i piedi nudi"
    di Massimo Gramellini. La Stampa).

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